Ad
ulteriore sostegno di questa prospettiva di ricerca pare opportuno ricordare
anche il testo di Honore-Gabriel de Mirabeau (1749-1791) Lettera del
conte di Mirabeau a ***sui signori Cagliostro e Lavater, che getta ulteriore
luce su questo scontro settecentesco non solo tra oscurantismo clericale ed
illuminismo laico, ma esteso anche all'interno dello stesso schieramento libero
muratorio dell'epoca tra illuministi ed illuminati, tra razionalisti ed
irrazionalisti.
In
quest'ultimo scontro la contrapposizione tra una Massoneria a sfondo cattolico
ed un'altra Massoneria a sfondo protestante potrebbe avere determinato
tentativi di condizionamento ed infiltrazioni reciproche soprattutto ad opera
della Compagnia di Gesù.
Umberto
Eco
nel suo libro “Il pendolo di Foucault” racconta
la fantasiosa storia di un piccolo e misterioso gruppo di persone, che si tramandano
attraverso i secoli il segreto di un'immensa fonte di potere.
La storia del mondo appare guidata dalla logica
occulta di questo gruppo ed il segreto sembra trascendere ogni comprensione
umana, e sempre oltre ogni rivelazione parziale, sfugge all'intelletto di
chiunque sino a rifugiarsi nel tutto, forse, in Dio.
Il
romanzo di Eco, al di là del suo mero valore letterario esprime almeno
due stati d'animo collettivi sempre presenti negli aggregati sociali ed, in
taluni momenti storici, particolarmente diffusi nella popolazione: l'esigenza
di materializzare, di personificare entro ristrette cerchie di individui il
motore della storia ed il desiderio di avvolgere questi individui nelle nebbie
del mistero per renderli onnipotenti e, quindi, perennemente responsabili di
ogni avvenimento sociale.
Il
bisogno dell'essere umano, di comprendere razionalmente gli avvenimenti storici,
subisce il fascino dell'altro bisogno umano, quello di possedere spiegazioni
semplici unitarie e, soprattutto, immediate, prive di sottili distinzioni e di
innumerevoli concause.
Da tali
esigenze scaturisce il paradosso di produrre risposte irrazionali per domande
profondamente razionali e di argomentare tali risposte nel modo più razionale
possibile.
Si
crede in questi casi ciò che profondamente si vuole credere, ma si esige che le
proprie fantasie abbiano un compiuto aspetto di realtà, empiricamente
verificabile.
L'autoinganno.
in breve, per tranquillizzare, deve assumere l'autorevole abito della
descrizione storica e sociologica. Ciò spiega l'enorme difficoltà che si
incontra quando si tratta di vagliare l'attendibilità dei testi relativi a
fenomeni, quale il processo Cagliostro, di grande portata emotiva.
In
questi casi la ricerca sociologica dovrebbe indagare prima di tutto il modo di
sentire della gente, ciò che essa crede sia vero, piuttosto che la verità
fattuale in quanto tale.
Questa
considerazione non procede certo da una epistemologia di tipo “fenomenologico", ma piuttosto e
semplicemente dall'esigenza di accedere ai significati dei comportamenti
sociali propri del luogo e del tempo nei quali tali comportamenti sono stati
messi in atto.
Perché Cagliostro fu condannato in Roma
dal Tribunale pontificio?
Forse perché era colpevole! Ma di che cosa era
colpevole e, soprattutto, era più importante per quel Tribunale affermare con
la condanna questa sua colpevolezza oppure comunicare all'opinione pubblica
dell'epoca un qualche messaggio sociale?
La
forza dei luoghi comuni che questa teoria viene puntualmente richiamata in
servizio attivo quando si tratta di conservare l'immobilismo dominante, di
salvare il potere traballante di chi governa senza volontà di rinnovamento.
In quel cronologicamente lontano e sotto altri
aspetti vicino 1789
sulla scena romana si presenta un personaggio, Cagliostro il mago, che possiede
tutte la caratteristiche teatrali per impersonare la parte del Grande Vecchio:
misterioso, noto in tutta Europa, anticonformista, più volte incriminato di
vari misfatti, anche se sempre assolto, e, soprattutto, viaggiatore
instancabile con legami nei luoghi d'origine della Grande Congiura, in Francia.
Erano
noti i viaggi di Cagliostro a Malta, in Francia ed anche in Germania, ed ancora
più noti i “si dice” che lo accompagnavano per l'Europa.
Bastava,
quindi, trasformarli in affermazioni giudiziarie per individuare il
protagonista della rappresentazione romana del dramma del Grande Complotto.
Così,
infatti, fecero i giudici papalini, attribuendo a Cagliostro la parte di Grande
Vecchio secondo una procedura che gli studi criminologici di oltre un secolo e
mezzo dopo avrebbero descritto, pur dimenticandosi di questo processo, attraverso
le teorie sociologiche dell'etichettamento.
La
realtà tuttavia è sempre più complessa della fantasia ed i potenziali autori
della Grande Congiura sembrano moltiplicarsi.
Barruel, emigrato in Inghilterra,
circoscrive l'oggetto delle sue accuse e scagiona, per timore o per
convinzione, le Logge massoniche di quel paese dalle trame eversive dell'Ordine
degli Illuminati, individuando, dunque l'esistenza di almeno due diverse
Massonerie.
Forse
siamo in presenza di uno dei primissimi casi di distinzione tra Massonerie
deviate e non deviate.
Successivamente
Io stesso Autore deve ammettere che le accuse di oscenità e di offesa al
pudore, mosse alle adunanze massoniche del Rito Egiziano di
Cagliostro,
per aderire al quale per altro era necessario appartenere alla Massoneria
ordinaria, non riguardano né la Setta degli Illuminati, né, tanto meno, la
maggior parte dei massoni francesi o inglesi.
Forse,
qui appare l'ombra di una terza Massoneria.
Quante
altre Massonerie sarà ancora possibile individuare?
Nel
libro di Barberi si ha notizia dell'incontro di Cagliostro con la Loggia
dell'Alta Osservanza e con quella della Stretta Osservanza, identificata
quest'ultima con la Setta degli Illuminati".
Il
mondo massonico dell'epoca, dunque, non si presenta unitario, ma frammentato in
una molteplicità di tendenze e di organizzazioni alcune delle quali giudicate
non pericolose per l'ordine costituito ed altre, invece, estremamente
perniciose.
Non è
la Massoneria in quanto tale, sebbene ufficialmente più volte condannata dalla
Chiesa di Roma, la perenne fonte di complotti destabilizzanti, ma alcune sue
frange, qualche suo singolo componente.
Il
significato, la funzione politica della teoria del Grande Complotto sembra
persistere nel tempo e continua a svolgere egregiamente il proprio ruolo di controllo
sociale nella Baviera del settecento, come nella realtà attuale.
Il
Grande Vecchio per ricoprire con efficacia il proprio ruolo di capro espiatorio
non deve avere volto, deve rimanere nel!' ombra, deve poter perennemente essere
una giustificazione non afferrabile degli eventi.
È forse
per questo motivo che i potenziali animatori della Grande Congiura appena
individuati si moltiplicano, si frammentano in sempre nuove entità evanescenti:
le Massonerie si duplicano, triplicano, etc ..
Un
capro espiatorio, nel momento in cui viene catturato, processato e condannato,
ridiventa un essere umano come tutti gli altri, con tutti i suoi limiti e le
sue azioni abbandonano la dimensione metastorica per riacquistare quella
storica.
Il processo a Cagliostro ricade in queste
persecuzioni ed, infatti, esso segna l'inizio del declino di un potere ormai
anacronistico come era il potere temporale dei Papi.
Rinchiuso
nella fortezza di San Leo Cagliostro cessa di essere un utile capro espiatorio
per la Chiesa.
Fortunatamente
il 23, piovoso, anno VI ( 11 febbraio 1798) le truppe francesi entrano
in Roma, impedendo la ricerca di nuovi capri espiatori ed, al contempo,
dimostrando che neppure Cagliostro era il Grande Vecchio della Rivoluzione
Francese.
Il
generale Luis Alexandre Berthier (1753-1815), liberatore di Roma,
vanificando con le armi la teoria del Grande Complotto, implicitamente
assolveva anche il mago dall'esserne uno dei capi.
La
composizione del Tribunale preposto a giudicare il Grande Cofto è già di per sé
rivelatrice dell'importanza attribuita dalla Santa Sede a questo processo, importanza
di natura eminentemente politica.
Sottolinea Bruno Cassinelli: « Cagliostro ebbe
l'onore di un tribunale eccezionale. Fu
presiedette dallo stesso Cardinale di Stato, Zelada, e furono giudici: il
Prefetto di propaganda, Cardinale Antonelli; il Prefetto del Concilio,
Pallotra; il prodatario Campanelli; il Governatore di Roma, Monsignor Rimuccini
e l'inditore santissimo Roverelli. Funzionò quale segretario Monsignor Barberi,
fiscale generale».
Anche i
poteri attribuiti a questi giudici furono di natura ampia e straordinaria, non
essendo limitati né dall'eventuale dignità o grado delle persone inquisite, né
dalla materia trattata.
Sicuramente,
il pericolo di dover riesumare «l'affaire du
collier», giocò
un ruolo fondamentale nella formazione di questo collegio giudicante.
Non si era certo dimenticato il coinvolgimento
diretto della Casa regnante francese in quel famoso processo parigino del 1785 e
l'esito profondamente antimonarchico del medesimo: non solo Cagliostro venne
assolto da ogni addebito, ma il popolo di Parigi gli decretò un trionfo di
sapore quasi rivoluzionario.
Dunque,
elementi di riservatezza, ma anche e soprattutto un fondato timore per la
stabilità dell'ordine pubblico, che alla luce dei contemporanei avvenimenti
francesi appariva sempre più precaria, dovettero indurre la Chiesa romana a
riconoscere l'estrema delicatezza del caso Cagliostro ed a mettere in campo
tutta la propria autorevolezza.
L'accusa imputò al mago addebiti inerenti:
alla sua appartenenza ed attività massonica; a pretese proposizioni ereticali
ed a reati comuni.
Di questi ultimi tuttavia se ne perde
traccia nella sentenza di condanna.
Tale
sentenza, infatti, manifesta in modo evidente il proprio fondamento
squisitamente politico e persecutorio imperneandosi esclusivamente su meri
reati d'opinione e di appartenenza associazionistica.
La
lunga storia dell'Inquisizione romana esenta dal dover insistere sul
significato repressivo nei confronti delle idee, proprio del reato d'eresia, al
contrario qualche parola necessita di essere spesa, invece, per le censure
contro la Massoneria.
La Costituzione
Apostolica di Clemente XII (al secolo Lorenzo Corsini 1650-1740) del 1738
ed il conseguente editto del Cardinale Giuseppe Firrao (1669-1744), Segretario
di Stato, del 14 gennaio 1739, che comminava la pena di morte per gli
appartenenti e per i fiancheggiatori delle Congregazioni di Liberi Muratori,
nonché la Costituzione Apostolica del 1751 di Benedetto XIV (al secolo
Prospero Lorenzo Lambertini 1675-1758) rappresentano l'apparato giuridico
in base al quale si procedette alla condanna del Conte di Cagliostro.
Il
fatto, che la Chiesa Cattolica, seppure per poco, non giunse per prima nella
condanna della Massoneria, avvalora l'ipotesi che tali provvedimenti,
nonostante il sospetto di eresia occulta pendente su queste associazioni,
fossero presi più per ragioni politiche che religiose.