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Se tanto mi dà tanto, atteso anche la complessità dell’argomento e la innumerabile  quantità di scritti, volumi, informazioni, articoli da emeroteca più o meno antichi o più o meno moderni, avviluppati in intrecci diacronici, io non posso che svolgere, in maniera, stentatamente e poveramente parziale, ben lungi, quindi, dalla velleità di essere esaustivo, il compito che mi sono assegnato, quello, cioè, di stimolare la curiosità di chi legge, intorno ad un argomento che si presta a tutto ed al suo contrario, ciascuna tesi offre, certamente difficili svariati e, sovente, contraddittori argomenti, a suo supporto ovvero a sua smentita.


Riallacciandomi, solo per un momento, all’incipit di questo scritto, in quella “prestigiosa” assise di MM, un Fratello, con una domanda complessa, pur nella sua semplicità, chiede, candidamente e provocatoriamente, ai Signori Oratori: «Io, Fratello Massone, come devo considerare Cagliostro: un mistificatore, un ciarlatano, un lenone, un ladro, un truffatore o viceversa … un Fratello Massone, che è stato un faro della Massoneria internazionale del XVIII secolo… ? »


Nel totale, imbarazzante silenzio “Nessuna risposta”.


Sintetizzo, per pura cronaca, quello che è stato il mio intervento in quella sede.


Questo mia intromissione, che rimembro al solo fine di introdurre, direte voi, finalmente, l'argomento portato ad intitolazione di questo elaborato ... ebbe il seguente tono:


La Massoneria Inglese, l’UGLE, per intenderci, nel suo ortodosso puritanesimo protestante, dal 1717 ha “imposto” alla sua visione della Massoneria il suo scolasticismo protestante, relegandola al ruolo di uno strumento che attraverso  cito testualmente dal Rituale: il velo dei simboli e la “illustrazione delle allegorie”, si prefigge lo scopo di“migliorare la qualità morale dell’individuo Massone”.


Lodevole compito, certamente, che connota l’istituzione anche come una sorta di “bobby of morality”.


Questa sorta di “gendarmeria”, a salvaguardia della propriaortodossiae presuntaautoreferenziata regolarità, estesa, ad esclusivo ed insindacabile giudizio, della Gran Loggia d’Inghilterra, anche alle Logge che da questa vengono riconosciute”, a mio sommesso avviso costituisce, senza tema di essere smentita, in questo caso, ma, esclusivamente, per mia modesta opinione, solo in questo caso, proprio per la sua specifica connotazione plurisecolare, la cartina di tornasole delle “autocertificate” “qualità morali” dei suoi membri o di coloro che vengono da questi ritenuti “benemeriti fautori” della Massoneria, soprattutto quella di derivazione anglosassone.


Preliminarmente va evidenziato che la Quatuor Coronati Lodge, No. 2076– fondata nel 1884 e stata consacrata nel 1886 – ed è nata con il precipuo scopo di « … utilizzare un approccio basato sull'evidenza documentale, ad esclusivo supporto dello studio della storia e della ricerca Massonica nella Massoneria … », per questo fatto essa, quindi, è ritenuta, in assoluto, la prima e più affidabile, per tradizione, Loggia di ricerca Massonica al mondo.


Questa Loggia di Ricerca, pubblica dalla sua fondazione, ogni anno, uno o più volumi nei quali riporta i risultati e le investigazioni svolte dai suoi corrispondenti ed iscritti [circa 30.000 nel mondo …], in una sua recente pubblicazione, quella risalente al dicembre 2014, appunto, pubblica, circa venti pagine su di un personaggio, certamente controverso, dagli autori di una infinità di opere sul suo conto.

 

La più popolare ed anche quella più conosciuta è, stranamente, per quel tempo, stata pubblicata e pubblicizzata in diverse lingue ed in tirature inusitate per la fine del XVIII secolo; mi riferisco a quell’opera il cui titolo completo è: 

 «COMPENDIO DELLA VITA E DELLE GESTA DI GIUSEPPE BALSAMO DENOMINATO CONTE DI CAGLIOSTRO, che si è estratto dal Processo contro di lui formato in Roma l'anno 1790 e che può servire di scorta per conoscere l'indole della Setta dé Liberi Muratori, autore Mons. Giovanni Barberi; fu stampato a Roma nel 1791 con il benestare della Reverenda Camera Apostolica.» – il cui autore, come si legge, fu il sedicente Mons. Barberi Giovanni.

 

Il Barbieri, falso monsignore, perché, Udite! Udite!, il grande accusatore del cosiddetto famigerato {dal lat. famigeratus, part. pass. di famigerare «render famoso», portatore di fama «fama» e tema di gerĕre «portare»}, avventuriero siciliano, Giuseppe Balsamo, quindi, non era che un “funzionario laico” dello Stato pontificio, il quale, per giusta nemesi storica”, direbbero i maligni, come il protagonista del suo "Compendio", poi, ai tempi di Napoleone, fu rinchiuso a Castel Sant'Angelo e, proprio alla stregua di Giuseppe Balsamo, condannato a morte.


Ma dove ci porterebbe una disamina attenta e critica o la pedissequa confutazione degli assunti, dei riporti o delle, “artate”, omissioni del funzionario di Stato Giovanni Barbieri; saremmo condotti, a mio modesto avviso, lungo un percorso che potrebbe si chiarire e disvelare ciò che è falso, ma ci potrebbe mai rendere, ciò che è vero? … io ritengo, quasi certamente no!.


Ed allora, per giusta opportunità e coerenza con quanto affermato, mi pongo, in luogo che su di un piano polemico, con quanto scritto e detto, anche e soprattutto circa la presunta “corrispondenza”, da taluni definita biunivoca, tra le figure di Balsamo e di Cagliostro, e delle loro donne, Lorenza e Serafina Feliciani, in una condizione permutativa non generalizzata, ma rispettosa, non tanto delle origini dei nostri personaggi, che dopo tre secoli, oggettivamente, rimangono ancora incerte e nebulose, bensì dei risultati checiascun personaggio, nella propria personale interpretazione dell’esistenza, ha raggiunto.


Potremmo così, forse, narrare un opinione maggiormente consona ed assonante alle nostre matrici Massoniche, in luogo di considerarne altre, appesantite da false morali e giudizi pseudo etici basati su inquisitori retaggi che, certamente, non ci appartengono.


         Nel corso della, non certo esaurita, indagine, circa la “mia” verità sul Conte di Cagliostro, mi sono imbattuto in tantissime ricostruzioni di autori ed estensori di libri, articoli, dissertazioni, le più variegate.


Ciascuna narrazione con epiloghi diversi, racconti diversi l’uno dall’altro, taluni assonanti, tal’altri discordanti, moltissimi per disparate conclusioni, ridondanti e soventi ripetitivi … ma, dal mio sommesso punto di vista, nessuna veramente esaustiva che tenesse conto di costituenti che potessero ipotizzare una realtà differente da quelle ipotizzate e divulgate.


            Impresa improba, presuntuosa, impercorribile, anche il pensare lontanamente di avere la facoltà e la capacità di sintetizzarle e di estrarne una qualche conclusione, non ci resta quindi che fare ricorso alla noetica, allorquando la "materia mentale" dei pensieri, è nella sua "forma più rarefatta".


Per trarre una qualche conclusione che ci renda attinenti al titolo del nostro lavoro: 

L'UCRONÌA di CAGLIOSTRO … MAESTRO PASSATO, 


Ho ritenuto opportuno prendere spunto, per dare una sembianza di concretezza alla conclusione della mia storia romanzata, che praticamente si differenzia da quella imbastita da Giovanni Barbieri e dal Tribunale della Santa inquisizione, per tre elementi sostanziali: i reali soggetti vittime del processo, le fantasiose imputazioni, le modalità nelle quali si svolge e viene rappresentato il processo ed il suo epilogo.


L’ispirazione del titolo mi è giunta attraverso la lettura di un saggio apparso nel 1857, nel quale compare per la prima volta la “locuzione” coniata dal filosofo francese Charles Renouvier.


Il termine ucronìa deriva dal greco e significa letteralmente "nessun tempo" (da οὐ = "non" e χρόνος = "tempo"), per analogia con utopia che significa "nessun luogo".


"UCRONIA" Indica la narrazione letteraria, di quel che sarebbe la rappresentazione se un preciso avvenimento storico fosse analizzato diversamente.


Mi è balzata immediatamente alla mente una diversa conclusione della storia del Conte di Cagliostro, ripensando alla sua lettera, quella scritta quando era prigioniero alla Bastiglia, nel 1786 …


[ … riporto testualmente …]

" Io non sono di nessuna epoca e di nessun luogo; al di fuori del tempo e dello spazio, il mio essere spirituale vive la sua eterna esistenza e se mi immergo nel mio pensiero rifacendo il corso degli anni, se proietto il mio spirito verso un modo di vivere lontano da colui che voi percepite, io divento colui che desidero. Partecipando coscientemente all'essere assoluto, regolo la mia azione secondo il meglio che mi circonda. Il mio nome è quello della mia funzione e io lo scelgo, così come scelgo la mia funzione, perché sono libero; il mio paese è quello dove fermo momentaneamente i miei passi.


… [omissis … ] e conclude …


La mia ragione si formava e precisava; io mi interrogavo, mi studiavo e prendevo coscienza di tutto quello che mi circondava, feci dei viaggi, molti viaggi, tanto attorno alla camera delle mie riflessioni che nei templi e nelle quattro parti del mondo; ma quando volevo penetrare l'origine del mio essere, nello slancio di me stesso, allora la mia ragione impotente si taceva e mi lasciava in balia delle congetture. Ecco la mia infanzia e la mia giovinezza, tali che il vostro spirito inquieto e generoso le reclama; ma che esse siano durate più o meno anni, che si siano fermate nei paesi dei vostri padri o in altre contrade, che importa a voi? Non sono io un uomo libero?


Giudicate le mie abitudini, come a dire le mie azioni, dite se esse sono buone, dite se ne avete viste di più potenti e se allora vi occupate ancora della mia nazionalità del mio rango e del mio modo d'essere. Se, proseguendo il cammino felice dei suoi viaggi qualcuno di voi si avvicinasse un giorno a quella terra d'Oriente che mi ha visto nascere e si ricordasse di me, pronunci il mio nome e allora vedrà i servitori di mio padre che gli apriranno le porte della città. Poi quando ritornerà dirà se io ho abusato di voi di un falso prestigio, se ho perso nelle vostre dimore qualche cosa che non mi apparteneva".

CAGLIOSTRO.

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