Nella
sua premessa, e mi limiterò a riferirmi a questa, l’autore, sostanzialmente
dice:
La vita di qualsiasi essere umano si presenta come
un fitto intreccio di realtà quotidiana (storica per coloro che riescono ad
entrarvi) e di mito; talvolta, per i pochi che raggiungono vette di notorietà,
anche di leggenda.
.
Sicuramente è questo il caso del conte d'Harat, conte Fenix,
marchese Giuseppe Pellegrini, marchese d'Anna, marchese Balsam, principe di Santa Croce,
Alessandro conte di Cagliostro o di quell'uomo, in qualsiasi modo si
chiamasse, che nella seconda metà del secolo XVIII fu noto in tutta Europa per
le sue doti taumaturgiche, per gli scandali che lo accompagnarono, per la
fondazione della Massoneria Egizia ed, infine, per il processo inquisitoriale
romano, che Io vide condannato a finire i suoi giorni nelle carceri della
fortezza di San Leo con il nome di Giuseppe Balsamo,
detto Conte di Cagliostro.Taluni, i più, reputano che Giuseppe
Balsamo e Cagliostro siano la stessa persona.
Altri,
al contrario, pensano che siano due soggetti diversi e distinti.
Difficile
fornire una riposta definitiva a tale quesito, soprattutto oggi a 200 anni
dalla scomparsa del “recluso di San Leo”.
Tuttavia,
se, da un lato, la documentazione storica, anche autorevole, sembra far
propendere per la prima ipotesi, cioè quella di un unico personaggio con più
nomi, dall'altro lato, la vicenda politica e giudiziaria, nonché la sentenza
inquisitoriale paiono concretamente descrivere, come meglio si vedrà in
seguito, due diversi personaggi.
L'uno, miserabile,
briccone, lestofante, imbroglione, lenone ed ignorante; l'altro, ricco, stimato, filantropo, colto e politicamente pericoloso.
Certo
la schizofrenia non è solo una patologia
psichiatrica, ma anche una naturale moltiplicazione di personalità nel medesimo
individuo e,
soprattutto, una articolazione sia delle immagini sociali, sia degli atteggiamenti
istituzionali del potere costituito.
Non vi
è, dunque, da stupirsi se le istanze del controllo sociale definiscono in modo
diverso ed anche incongruente, contraddittorio un individuo pur di riuscire ad
eliminarlo.
Il
potere costituito non si ferma certo di fronte al principio di identità e di
non contraddizione nel perseguire i propri intenti di dominio e di autotutela.
In particolare,
l'attività giudiziaria è singolarmente esperta in queste forme di
interpretazione mistificante e stravolgente dei fatti, che umiliano il
principio penalistico della responsabilità personale.
Del resto, lo stesso ambito iniziatico, nel quale si
muove la figura del Conte di Cagliostro, favorisce equivoci di questo tipo.
L'iniziazione,
infatti, è manifestazione di una nuova nascita, di un nuovo inizio appunto;ossia di un nuovo soggetto diverso dal precedente, anche se in continuità (ma
che tipo di continuità?) con il medesimo.
Inoltre
Cagliostro non si ferma alla sola iniziazione libero
muratoria;
ad essa aggiunge anche il rito di Rigenerazione, Rito di cui anche Giacomo
Casanova (1725-1798) favoleggia nelle sue memorie con la Marchesa
d'Urfé (Jeanne Camus de Pontcarré de la Rochefoucauld 1705-1775),
che consente il ringiovanimento, la riconquista di una
rinnovata chance di vita.
Dunque, nulla di strano che per Cagliostro
possano esistere nella vicenda storica molti Cagliostro.
Più
strano è che le istituzioni politiche e giudiziarie abbiano potuto condividere
tale indirizzo di pensiero, anche se non certo con
le medesime motivazioni.
In Cagliostro
il molteplice dell'individuo umano si presenta come una
progressiva elevazione spirituale, nelle istituzioni statali e religiose
dell'epoca, invece, ha natura di instrumentum regni, di utilitaristica
violazione dei vincoli giuridici di certezza delle norme e di individuazione
fattuale del responsabile della violazione normativa, che sono all'origine del
diritto penale di impostazione illuminista.
Sarebbe
ora interessante affrontare il tema della continua mutazione, modificazione
biologica e psicologica dell'essere umano lungo il decorso del tempo, tenuta
insieme in unitarietà esclusivamente dalla memoria individuale e collettiva, ma
ciò porterebbe ad una eccessiva divagazione verso il tema del senso di condanne
giudiziarie nei confronti di individui, i quali ormai non sono più i medesimi
che hanno commesso i fatti di cui sono imputati.
In
questa sede interessa, invece, restare legati alla vicenda giudiziaria di
Cagliostro ed al suo significato politico.
Se Balsamo e Cagliostro sono, per così dire anagraficamente,
la medesima persona, allora perché del primo si
possiede ampia documentazione intorno alla sua nascita in Palermo il 2 giugno 1743
da Pietro Balsamo e da Felicita Bracconieri, nonché alla sua morte il 26 agosto 1795
in San Leo.
Del secondo, invece, si narra della sua
provenienza da paesi esotici, della sua infanzia trascorsa a LaMecca
e della sua formazione ad opera di Althotas
e del più documentato cavaliere Luigi d' Acquino
(1739-1783),
nonché dei suoi stretti rapporti con Malta
e l'Ordine dei Cavalieri
Gerosolimitani.
Di entrambi sono noti i continui e vorticosi
spostamenti per l'Europa.
Non è
mai superfluo ribadire, a causa nella persistente ipocrisia che ne vela e mistifica
la vera e profonda origine, la natura politica di qualsiasi norma giuridica e
di qualsiasi attività giudiziaria ed il processo a Cagliostro (o Giuserppe Balsamo?) manifesta con
particolare evidenza, maggiormente oggi a distanza di oltre duecento anni dalla
sua celebrazione, tale natura.
È bene
subito precisare cosa si intenda in questa sede con il termine "politica."
Il concetto
di politicaesprime sempre una scelta individuale o collettiva, ma mai generale,
universale, giacché in quest'ultimo caso non si tratterebbe più di scelta, ma
di mera manifestazione di un carattere proprio della specificità umana.
Ad
esempio non è una scelta il cibarsi per sopravvivere o il
digiunare per morire; la scelta implica solo quando
e cosa mangiare,
quindi eventualmente la dimensione politica attiene solo alla quantità/qualità
ed al tempo dell'alimentazione non anche all'alimentazione in quanto tale.
Il diritto
ed il processo giudiziario, dunque, sono una forma specifica di forza
politica, in particolare, quella forma che pretende di essere universale,
espressione dell'interesse generale e sostenuta non solo dalla mera violenza,
ma anche da una sua presunta e psicologica intrinseca necessità, detta
legittimazione, sul versante della fonte normativa, e legalità, rispetto al
comportamento sociale.
L'attività
politica, quindi, altro non può essere che una scelta compiuta da un gruppo
sociale a nome di tutta la società, basata su interessi o convinzioni
particolari, ma falsamente rappresentati come generali.
Lo Stato,
come apoteosi del diritto, esprime, poi al contempo, in un rinvio tautologico
con l'ordinamento giuridico, l'oggetto ed il soggetto, la fonte e l'esito di
questa legittimazione e di questa legalità, rappresentando il tentativo di
celare abilmente in tale modo l'identità, la coincidenza dei due enti e,
quindi, anche la relatività tutta storica di entrambi questi volti della
medesima realtà.
Il
processo giudiziario altro non è, quindi, che uno strumento di controllo sociale;anzi, è lo strumento principe di questo dominio occulto e mistificato
attraverso i concetti di legittimità e di legalità.
Infatti,
il processo manifesta l'apparenza di una attività giudiziaria puramente
applicativa del diritto, dando vita, invece, attraverso l'opera interpretativa
dei giudici, ad una vera e propria produzione normativa sottratta al controllo
dei meccanismi di rappresentanza politica.
Non casualmente la presunta verità
giudiziaria non coincide quasi mai con quella naturalistica, poiché si presenta
come una produzione artificiale del combinato disposto dell'interpretazione
normativa e del libero convincimento del giudice.
Conseguentemente i provvedimenti
giudiziari ed, in particolare, le sentenze, non sono espressione né della legge
in astratto, né di una presunta volontà generale condivisa in concreto, ma
solamente della volontà particolare del giudice che li ha prodotti ed emessi.
È facile in questa prospettiva osservare
la mera natura politica di dominio sociale dell'attività giudiziaria, che di
fatto esercita un potere politico sostanziale autonomo o condiviso da chi,
nominalmente, dovrebbe, talvolta per mandato popolare, poterlo esercitare …
Affrontando
ora nello specifico il processo Cagliostro è necessario soffermarsi brevemente
sulle circostanze, che hanno consentito l'arresto dell'imputato e,
conseguentemente, la celebrazione del processo.
Cagliostro
(o forse un tal Giuseppe Balsamo) si
reca spontaneamente a Roma, valendosi di rassicurazioni, più che di un vero e
proprio salvacondotto, fornite dal Segretario di Stato
vaticano, cardinale Ignazio Gaetano Boncompagni Ludovisi (1743- 1790)
al vescovo di Trento Pietro Virgilio Thun (1724-1800)
ed esercita in modo manifesto la sua attività libero muratoria, tanto è vero
che la riunione che probabilmente scatenò il suo arresto si svolse a Villa
Malta, allora sede dell'ambasciatore dell'Ordine di Malta, alla presenza di
illustri personalità politiche e religiose.
Ed è
proprio a seguito delle sue previsioni sulla Rivoluzione Francese e dell'indignazione
suscitata con tali previsioni nell'ambasciatore di Francia, cardinale
François Joachim de Pierre de Bernis (1715-1794), che si attiva la
sbirraglia papalina contro di lui.
La domanda da porre
potrebbe essere: perché Cagliostro sarebbe dovuto ritornare a Roma dopo tanto
peregrinare con successo per l'Europa?
Forse a causa delle
origini romane della moglie, delle sue nostalgie e della presenza a Roma della
famiglia della medesima.
Ma potrebbe anche essere per una ragione
maggiormente significativa; magari simile a quella che animò anche il tentativo
di Giordano Bruno (1548-1600) di tornare a Roma e di dialogare con il Sommo
Pontefice e che vide entrambi egualmente vittime della loro fiducia malriposta.
Vero è
che da taluni contemporanei, Cagliostro, era considerato
un agente dei gesuitie, pertanto, potrebbe non apparire strano che
desiderasse conferire con il Pontefice in momenti tanto precari per la
Compagnia di Gesù;come, del resto, non può non sconcertare l'accanimento giudiziario
pontificio contro Giordano Bruno, se il filosofo effettivamente svolse a
Londra attività di spionaggio a favore di Elisabetta I (1533-1603)
e contro il partito filopapale, come sostiene John
Bossyin un suo studio.
Tuttavia, lasciando pure da parte, in quanto
storicamente non completamente dimostrate, tali ipotesi, non può stupire, se
sia Giordano Bruno, sia Cagliostro, pur nelle profonde diversità di cultura e
di epoca storica, fossero stati effettivamente animati da una profonda e
sincera ricerca spirituale e desiderassero presentare queste loro ricerche alla
massima autorità della religione, cui erano legati per nascita. [ ... ].
Ma entrambi si trovarono di fronte ad un
rifiuto del dialogo, ad una perentoria affermazione dei dogmi rivelati ed alla
violenza giudiziaria, il primo, del Cardinale Roberto Bellarmino (1542-1621)
ed, il secondo, del Cardinale Francesco Saverio de Zelada (1717-1801).
Questi
due episodi storici, forse, possono trovare nuovi approfondimenti, dalle
riflessioni che scaturiscono dal capitolo quinto della seconda parte del
romanzo di Fedor Michajlovic Dostoevskij (1821-1881)
i Fratelli Karamazov ; dedicato
al Grande Inquisitore.